Gli scafisti “fautori di libertà”

Non è una provocazione. Al Jazeera ha dichiarato che i rifugiati africani in Sudan considerano gli scafisti come tali. Torno a ripetere che a fronte di questa assoluta assenza della politica sul fenomeno, gli scafisti, sono l’unica possibilità per gente che scappa da problemi territoriali legati al clima, alla siccità, alla conseguente povertà, dalle malattie mortali, dalla guerra; questi sono l’unico Caronte verso la speranza di una vita.

Purtroppo le politiche proposte per combattere il contrabbando e la migrazione irregolare sono destinate al fallimento in quanto sono tra le cause reali del fenomeno che gli Stati dichiarano di combattere. La tratta di migranti è una reazione alla militarizzazione dei controlli ai confini e non la causa delle migrazioni irregolari.

Ciò devia l’attenzione dalle cause strutturali di questo fenomeno e la responsabilità dei governi della creazione di condizioni favorevoli per i trafficanti.

L’immigrazione come minaccia imminente per le società occidentali, gli Stati hanno investito grandi quantità di denaro pubblico nella sorveglianza alle frontiere.

In base ad una serie di ricerche e indagini condotte dalla Migrant Files, dal 2000 i rifugiati e i migranti hanno finanziato i trafficanti con più di un 1 miliardo di euro per anno, con lo scopo di raggiungere l’Europa. I Paesi europei pagano una quantità di denaro pubblico simile per tenerli lontani. Dal 2000 i 28 paesi membri dell’UE più Norvegia, Liechtenstein, Svizzera e Islanda hanno deportato milioni di persone, con una spesa minore di almeno 11,3 miliardi di euro.

Il cenno storico è dovuto, prima di sviluppare la proposta concreta riportata qui, in questo articolo. Dopo la prima e soprattutto dopo la seconda guerra, l’immigrazione era incentivata da quello che ne rimaneva degli stati-nazione europei, per ricostruirsi: ricordo un tipo, d’origine africana che rispose alterato ad una signora che gli chiedeva di smetterla di fare “rumore” con i jambe sotto Montmartre, gridare: < nous sommes la France madame, nous sommes la France! >. Erano in atto campagne vere e proprie di reclutamento delle madrepatrie nelle colonie. Tra la fine degli anni ’60 poi e i primi anni ’70 si avvertono i primi contraccolpi della crisi economica che sanzionerà il blocco ufficiale delle frontiere per i lavoratori immigrati, era il 1974. La prima grande crisi petrolifera della Storia. Il periodo di reclutamento attivo terminò e si aprì una fase nella quale si spinsero al rientro anche quegli immigrati già stabilizzati. Ormai gli immigrati cominciarono ad assumere il ruolo di ospiti indesiderati e non necessari. Il Gastarbeiter, il “lavoratore ospite” in Germania è un altro esempio di esclusione da evitare; fino a metà degli anni ’90, i lavoratori stranieri erano chiamati “i non tedeschi”. Da questa idea però si potrebbe partire.

Bisognerebbe distinguere poi migrazioni interne e internazionali; regolari, clandestine e irregolari; volontarie e forzate; di rifugiati e richiedenti asilo; immigrati da lavoro di lungo periodo, immigrati stagionali o lavoratori a contratto e lavoratori qualificati e imprenditori; le migrazioni per ricongiungimenti familiari; gli studenti; la rotazione delle presenze, che prevede l’avvicendarsi di componenti delle stessa famiglia nello stesso posto di lavoro; infine coloro che vivono nel mito del ritorno; le seconde generazioni (g2) molto spesso, il quale dovrebbe essere facilitato, se desiderato, nel rientro e nell’inclusione nella comunità, se esistono particolari accordi tra gli Stati di origine e quelli d’emigrazione.

Bisogna togliere dal messaggio politico e sociale qualsiasi concetto possa ricondurre all’assioma razzista del le bon sauvage, per dirla alla Rosseau. L’immigrato non è a priori bravo, buono e giustificabile. Gl’immigrati sono un gruppo sociale al cui interno ci sono come tra tutti gli uomini: “buoni” e “cattivi”. La mia non è una missione quindi di salvaguardia, ne d’accettazione dell’immigrato in se come tale ma esclusivamente di presa d’atto dell’assurdità concettuale e logica dei confini di separazione, della constatazione inconfutabile quanto cinica dell’assoluta necessità delle società moderne di non chiudersi alla circolazione d’idee, merci e persone. Una necessità economica e sociale.

Pensiamo che, oltre i risvolti fiscali e pensionistici, gli immigrati promuovono parecchi settori del mercato strettamente locali: l’alimentare, l’intrattenimento, il consumo culturale, l’età anagrafica, le telecomunicazioni, l’import/export, il traffico aereo, il turismo; li promuovono ad aprirsi a scambi transazionali, per l’approvvigionamento delle merci per esempio, connettendo il paese d’immigrazione in un circuito globale fatto di relazioni e scambi economici con i propri paesi d’origine, migliorando così anche i rapporti politici di essi. L’immigrazione è una forma di “globalizzazione dal basso” accanto all’imponente fenomeno delle rimesse e ad altri aspetti, come lo sviluppo di servizi di connessione (telefonici, di trasporto, di consegna, ecc.), un posto di rilievo è occupato dalle iniziative imprenditoriali promosse da immigrati che mobilitano i loro contatti attraverso le frontiere alla ricerca di mercati, fornitori e capitali.

La tendenza (non lo stato attuale) del modello economico degli immigrati è il lavoro indipendente e si può vedere questo già in Europa, come negli Usa, così come in Canada o in Australia. Basta vedere gl’italiani all’estero anche, quanti sono piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e quanti sono salariati. Negli Usa e in Uk il tasso di lavoro autonomo tra i nati all’estero è già superiore a quello dei nativi del paese.

Secondo aspetto: gli immigrati hanno una forte volontà di promozione sociale di se stessi e del loro prossimo etnico, sviluppano e promuovono l’emancipazione dei loro connazionali in patria.

Un ruolo inedito di “attore di sviluppo”, capace di ri-costruire socialmente quando non economicamente, il paese di provenienza. L’emancipazione non trascurabile del proprio paese e della sua cultura e dei suoi elementi, è avviata anche dall’aumento della componente femminile tra gli immigrati, che spesso è la persona primo-migrante e da più tempo inserita nel mercato del lavoro alla quale poi seguono mariti e figli tramite il ricongiungimento familiare. Conseguente l’emancipazione del ruolo femminile e l’equiparazione dei sessi.

Ricordiamoci che le società di origine hanno un ruolo chiave nel momento della scelta di migrare e della elezione dei migranti a tali, poiché tali decisioni sono scelte collettive della comunità di origine e non del singolo migrante. Di solito, la società di origine non perde influenza sui migranti selezionati tra quelli con le giuste caratteristiche, anzi sempre più spesso è presente nella vita del migrante tanto quanto la società ricevente.

Molti di matrice neomarxista criticano la penetrazione del capitalismo dei “Paesi avanzati” nelle economie periferiche dei Paesi del Terzo Mondo, anche portate dagli stessi migranti di ritorno, perché porterebbe a rapporti di scambi ineguali, basati sul meccanismo degli scambi tra Paesi colonizzati e colonizzatori, crea delle gerarchie anche tra i migranti e chi rimane, accentuando il sottosviluppo.

Anna Farinello -3 Perle d'Africa

Questo discorso se fotografa la situazione però non la sottopone ad una visione più grande del lungo periodo. In alcune province e regioni, anche italiane, si assiste allo sviluppo di iniziative di raccolta fondi e di progetti che vengono elaborati dagli immigrati in collaborazione con le realtà del contesto di accoglienza (sindacati, associazioni, ONG ed enti locali), spesso finanziati da grandi organizzazioni internazionali (UE, OIM, UN) per una maggiore connessione e integrazione del mondo. Quindi con il tempo assisteremo ad una sempre maggiore equità anche in quei paesi dove ora, ne viene criticato lo “sviluppare il sottosviluppo”.

Le reti sociali, l’attività e modelli di vita dei migranti, comprendono sia la società di provenienza, sia quella di approdo, e le loro esistenze attraversano in vario modo i confini nazionali, portando entrambe le società all’interno di un unico campo sociale ad emanciparsi, svilupparsi, migliorarsi, in un lemma: adattarsi al futuro.

Le diaspore consentono a piccole imprese e attività familiari di adeguarsi ad una scala globale permettendo delle ristrutturazioni delle economie globalizzate meglio della classe operaia locale, grazie alla maggiore eterogeneità della loro composizione sociale, maggiore adattabilità, forte identità culturale con annessi i valori e una non trascurabile spinta alla conoscenza, alla comprensione; propria più del migrante che dei gruppi autoctoni.

Questa forte adattabilità al sistema liberista o neo-tale: precario, flessibile, liquido, questa propensione alle occupazioni, soprattutto commerciali, che non li vincolano per lunghi periodi alla terra di approdo, privilegiando la liquidità del capitale li spinge ad essere i migliori detentori di questo nuovo mondo che si andrà con sempre più forza delineando. Contemporaneamente questi gruppi sociali manifestano una tendenza alla parsimonia, un’enfasi sul risparmio, una marcata compressione dei consumi, una diffusa pratica di lunghi orari di lavoro; il non trascurabile effetto della formazione di comunità molto organizzate e resistenti all’assimilazione, la chiusura all’esogamia, l’auto segregazione residenziale. Il razzismo verso il bianco, l’autoctono, l’occidentale.

Se si vuole parlare d’immigrazione, non si può non pensare già da oggi all’integrazione; studiando il problema nelle altre regioni del mondo, con il quale queste ci convivono da più tempo, si dovrebbero evitare gli errori commessi.

L’immigrazione di oggi e domani è e sarà anche differente dall’immigrazione avuta in Francia, Germania e Inghilterra. Si parlerà sempre meno anche di “brain drain” se non per citare l’ultimo album dei Ramones ma sempre più di “global brain”, o “brain circulation” o “circulation of workers”.

In atto è una mondializzazione delle menti, nello spazio-tempo, del qui, ora e lì. L’immigrato è l’attore sociale protagonista del nuovo millennio, è lui, è il nativo digitale senza confini, è colui che fa rete, che non ha necessità fisica di avere le persone vicine per chiamarle amici, sorelle, amanti, mariti, che è in ogni luogo, che si sposta seguendo la fortuna, la speranza, l’opportunità, la libertà, la precarietà non la demonizza ma la esalta perché la vive, c’è nato, è l’unica forma che lui conosce, salvo mantenere un legame ancestrale-materno con il luogo che gli ha dato l’identità.

Il migrante è un “modo di essere” transnazionale. Viva è in lui e da non sottovalutare una più alta propensione all’empatia, una via maggiore alla sensibilità, alla comprensione, all’aiuto, alla cooperazione. Perché lui la riconosce, perché lui l’ha ricevuta.

Perché c’è nato nel bisogno.

In lui è più sviluppata la moneta del dono che non compra ma che ottiene.

Il dono simbolizza l’assenza che cerca di colmare, testimonia la presenza, il ricordo. Comunica qualcosa: un “ti penso”, un “non ti ho dimenticato”, un “presto ritornerò”, “presto ci rivedremo”. “Ci sono. Siamo connessi.”

Vedo in atto, processi di identificazione nuovi e nuova è la visione dei confini territoriali, in cui questi non sono soltanto linee che separano, ma spazi fluidi, mobili, attraversati da molteplici transiti e connessioni; questo si riflette inevitabilmente sulle nuove identità (Sassen).

Dirò di più e me ne prenderò le critiche: due o più Stati-nazione, sono come due amanti di due nazionalità diverse, diventano parte di un unico nuovo spazio sociale. In questo panorama che delineo mi appare evidente che una formazione politica non possa e non debba demonizzare il liberismo economico, perché questo è l’unica forma strutturale naturale, l’unica possibile, l’unica in cui può vivere un corpo sociale poch’innanzi delineato. E malgrado ogni più impertinente opposizione sarà l’humus sul quale si edificheranno le società, le regioni del futuro.

Siamo di fronte ad un nuovo mondo in costruzione, in fieri direbbero i primi grandi liberisti federali della Storia, il quale compito dello Stato è solo quello di prepararlo, garantendone una crescita uguale, dove tutti i suoi componenti possano cooperare allo stesso livello, colmando quei deficit naturali (o d’errore) dei singoli. Lo Stato deve garantire che nessuno deve rimanere indietro, per poi scomparire.

Cosa deve fare un movimento che spinge affinché il futuro venga il più ben accolto e il meglio inserito nel presente, attenuando il più possibile il trauma?

Decolonizzare le menti, del sentirsi coloni del depositare amore, virtute e conoscenza, calati nel mondo perché depositari di miracol mostrare.

Si dice che la RiLovUzione sia nella lentezza, si dice sia anche nella gentilezza: vogliamo metterci anche che sia nella consapevolezza!? Una consapevolezza umana, umanistica.

Umanistico vuol dire: poetico e utopico e questo lo diceva B. Brecht.

Quale il messaggio, allora? Cooperiamo, condividiamo. Basta divisioni. Basta etichette.

Basta partito.

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