L’autoproduzione e lo scambio. L’economia globalizzata del flâneur.

Ognuno di noi ha un codice, una chiave di lettura della realtà. Io, leggo tutto in chiave anticapitalistica ma pro-globalizzazione. Inutile adesso dire perché di un’apparente ossimoro. L’uomo, almeno che non moribondo è proiettato a unirsi e mai a dividersi. Il nostro è un cammino. Il ricongiungersi antico dell’anima unica.

La domanda: perché si parla di autoproduzione? Risposta: tutto ciò che passa attraverso l’autonomia sta sulle palle all’autorità.

In misura uguale di quanto nella storia si afferma il modello di produzione capitalistica di beni e servizi, così altrettanto si riduce la capacità indipendente di produzione propria al sostentamento: riducendosi questa cresce conseguentemente la dipendenza al mercato e al salario.

Questa mattina verso le sette sono uscito ed ho incontrato una signora di 70 anni che era appena tornata dall’Albania per una ricostruzione dentaria. Aiutata da dei suoi vicini albanesi che l’hanno ospitata nella famiglia d’origine.

La globalizzazione potrebbe, se non compresa, annientare ancora questi scampoli di realtà sfuggiti alla corsa impazzita del progresso ad ogni costo. Dipende da noi. Potrebbero: queste realtà “terze”, a volte terre d’emigrazione in quelle che ancora si chiamano nostre; insegnarci il recupero e quanto di positivo c’era nel mondo che abbiamo voluto tacciare come passato e sorpassato ma invece era pieno di umanitarismo e solidarietà. Mi spiegherò più avanti.

L’Europa non politicamente ma concettualmente deve essere un ideale dell’abbraccio fraterno di parte dell’Umanità. E siamo noi uomini che la costruiamo, non dobbiamo aspettare nessuno che ci costruisca la casa dove andremo a vivere e nella quale già abitiamo. So che risulterà blasfemo ma vorrei aggiungere tre versi da una poesia di Bukowsky; “Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo/ Non esiste sensazione altrettanto bella. Sarai solo con gli Dei./ E le notti arderanno tra le fiamme.”

Del resto l’unione monetaria resterà instabile finché non sarà integrata da un’unione bancaria, economica e fiscale e l’Unione sarà sentita come “imposta” finché non sarà unita politicamente. L’integrazione degli stati diverrà tale solamente se si avvarrà anche di un’integrazione dei cittadini che ne decideranno democraticamente le sorti.

L’Europa possiamo vederla come non altro che popoli e culture che si aiutano vicendevolmente senza l’impedimento dei confini che ne rendeva difficile l’incontro e lo scambio. Oggi l’uomo è proiettato nell’unione: lo smantellamento delle dogane, la velocità e possibilità di conoscenze, le tecnologie hanno ridotto i costi e la velocità d’interconnettività, scambio e comunicazione. Hanno cambiato la concezione di tempo e di spazio e le dogane abbattute hanno abbattuto i costi.

La velocità ha reso tutto più vicino, percorribile e conoscibile, sta all’uomo non farsi travolgere da essa: bisognerebbe tenere a mente gli insegnamenti stoici della riflessione greca, della capacità di non farsi turbare, il dominio delle passioni.

Artieri della passione, così della velocità ma non schiavi di essa.

Mentre parlavo con la signora mi è venuto in mente l’ultimo libro del giurista Rodotà: “Solidarietà. Un’utopia necessaria.”, che fato il caso volesse discendere il giurista da una antica comunità arbëreshë calabra.

In quello stesso momento la signora si lamentava dell’importanza dell’Umanità che noi abbiamo perso e che invece lei aveva ritrovato, già creduta sepolta nei suoi ricordi, nella famiglia di contadini albanesi del piccolo paesino dove era stata ospite.

La signora è contadina e questo concetto contemporaneamente espressomi da due poli apparentemente opposti – il giurista e il contadino – sul senso di umanità, sull’importanza che ha, sulla solidarietà necessaria, mi ha fatto sorridere e tremare.

Un professore al liceo spiegava che c’erano due forme pure d’intellettuali: il saggio che asceticamente si ritira nella contemplazione dopo aver imparato tutto lo scibile e il contadino che conosce le leggi della natura e se ne avvantaggia senza abusarne.

Allora: perché alcuni individui si accorgono dell’importanza del senso di comunità ed altri no? Ci deve essere qualcosa che ad alcuni, pure ai due lati opposti di una scala sociale, fa fermare e desistere dal rotolare nella vallata del normale scorrere degli eventi incoscienti, far fermare invece a pensare.

Cerchiamo l’altro: ma pur aiutati da una tecnologia che ci permette l’istantaneità e una reperibilità e interconnettività immediata, non c’è stata epoca, nella storia, in cui l’uomo è risultato più solo. Quasimodo l’avrebbe vergata col sangue quella poesia se l’avesse scritta oggi. Così, in questo, i due opposti della vita, la saggezza elitaria distaccatasi dall’accademico e la saggezza contadina pratica, direttamente abituata per omogenesi ad individuare istintivamente il nocciolo del problema, hanno sintetizzato il tempo che viviamo e nella loro sintesi sono arrivati ad un medesimo risultato. Fantastico!

Ho sollevato un’ipotesi: entrambi vivono e hanno vissuto lontani, in una comunità non originaria (la signora è d’origine abruzzese), questo può aver portato ad una maggiore empatia con i problemi dovuti all’estraniamento, al vivere lontani dal luogo conosciuto, all’inevitabile spaesamento riscontrato nel primo impatto con una extra-comunità e un  disincanto dal viso rassicurante della propria comunità.

Una condizione mentale di extra-territorialità è una condizione petrarchesca di super-partes intra pares.

Ad un certo punto la signora mi parla dello scambio. In Albania sanno ancora cos’è dice. Qui cado perché forte del mio radical-chic piccolo borghese non credevo la signora potesse avere tale concetto. La signora così mi continua a spiegare: < appena sono arrivata, non parlavo albanese o inglese e nemmeno loro italiano o inglese, così ho fatto come faceva mia nonna e mia mamma, con chi non era abruzzese e veniva da altre regioni, a gesti gli si offriva qualcosa da mangiare. Appena sono entrata in casa, una casa tutta di legno con le travi, fango e paglia (ndr: sono le migliori fresche d’estate e calde d’inverno) sono andata in cucina e gli ho insegnato a cucinare alcuni piatti. Loro non mettevano, sgranati dai baccelli i fagioli a bagno per esempio o non facevano il soffritto. Mi sono subito sentita non di peso, perché vivevo non come un ospite ma ero partecipe, quello era stato il mio dono. >

Ecco: il dono e lo scambio concettualmente erano la stessa cosa: prima era la moneta senza prezzo e senza valore stabilito, non la compravi, né se la ricevevi, né se la donavi.

In questa piccola nota di colore c’è tutto il futuro che si proietta in avanti con gli insegnamenti del passato: una Europa geografica unita.

Le culture dal loro incontro sono solo destinate ad arricchirsi ed a perdere solo ciò che non è adattabile ad un benessere migliore. Come i fagioli che quella famiglia non bollirà più senza averli messi prima a bagno.

Interessante notare come la signora parlasse della mamma e della nonna che andavano a commerciare la carne e i latticini per vino e frutta: il mercato, gli affari erano, infatti, gestiti dalle donne in antichità anche da noi e questo spiega come mai gli animi con sensibilità più vicine agli estrogeni definiti “femminili” siano oggi più ricettivi e vicini a concetti di comunità e di scambio.

Nelle piccole comunità, e non solo in campagna ma anche nei quartieri di città, vi era un naturale scambiarsi aiuti, favori. Ed erano ricambiati. A volte non nascevano nemmeno da un’esigenza ma erano dei modi per tenersi in contatto, per legarsi, per sentirsi parte di un comune destino. Dare un qualcosa all’altro di tuo che non era denaro ma un pegno misto di gratitudine, gentilezza e rispetto. Un incontro.

Si pensava all’altro e gli si faceva un dono. Si chiamava per condividere un desco appena era più abbondante del solito, appena c’era qualcosa in più quasi istintivamente si condivideva, non c’era il concetto di tenersi per sé l’eccedenza (il surplus). Questo era il loro commercio all’interno di una comunità: il dono.

Oggi, dove questo “di più” porta a buttare le cose, non abbiamo lo stesso istinto; quello una volta era un codice di vita: chi il dono lo aveva ricevuto, nasceva naturale, una vera e propria felicità della possibilità di contraccambiare farlo la volta dopo.

Non c’era il concetto di “cambio” perché lo scambio o il dono non andavano a misura, non valutavano e soppesavano l’entità del valore: tutto, bene o male col tempo, si sarebbe bilanciato da sé. Questo è il liberismo dei semplici. La vita poggiava sulla comunità e la comunità poggiava sul dono.

Abbiamo perso tutto. Tutto ci scorre addosso. Viviamo incapsulati e presi soltanto dalla nostra necessità di ritagliarci uno spazio per sopravvivere all’occhio inquisitorio di noi stessi, al quale giorno dopo giorno dobbiamo mostraci migliori. Quello che prima era un amico, un compagno, un compare, un fratello (di fatto in alcune comunità così si appellavano prima del nome proprio di battesimo) oggi è quello a cui dimostrare che siamo “migliori”, è il nemico da usare per comodo o scopo (il calcolo del valore d’uso), o dal quale guardarci perché rappresenta un pericolo, un’insidia alla nostra incolumità, alla nostra identità, al nostro orgoglio di essere  “migliori”.

Il sistema capitalistico porta a una produzione isolata e chi produce, merce o servizio che sia, è scorporato dal suo fare e da ciò che lo circonda, ogni persona o evento non teso al consumo o alla produzione può essere un distoglimento dallo scopo del produrre e del consumare (che poi anche questa è una forma di produzione).

Produciamo al fine di consumare ciò cui produciamo e in maniera sempre più svelta, celere, ottimizzata e senza entropia. Pazzesco!!

Il capitalismo ha soppiantato i valori umani della trinità antica, per sostituirli con quelli della merce: efficienza, individualità e consumabilità. La generosità, la spiritualità e l’umiltà non sono valori cristiani se non nella misura laica in cui ammettiamo la religiosità come pensiero poggiante tutta la cultura umana.

Il concetto di laicità è invece di matrice di cultura cristiana. Bellismo il libro: “Il disincanto del mondo. Una storia politica della religione” di Marcel Gauchet a questo proposito.

L’efficienza è vista nella velocità e quindi nella giovinezza. Qualsiasi essere oggi deve essere quasi incorruttibile dal tempo, dato che in un mondo che poggia sulla velocità efficiente, il tempo è tiranno. La velocità ha portato al subdolo concetto che tanto è veloce tanto è migliore.

Individuale: valore poggiante sul self made man in quanto l’uomo deve imparare a cavarsela da sè, ad agire da sè, a pensare a sè, perché perdere tempo, l’uomo-è-uomo solo se opera da sè! Notoriamente innaturale se pensiamo allo ζῷον πολιτικόν (animale sociale) aristotelico. La comunità che fa l’individuo.

Consumabile: giacché tutto ha un prezzo, tutto dev’essere vendibile, tutto dev’essere acquistabile, appetibile e desiderabile, anche la persona, dove il suo valore si misura in quanto produce. Non c’è il tempo di conoscere; quello che si mostra all’esterno, l’involucro ha occupato il posto del contenuto. Ne vale più il prezzo.

L’uomo oltre ad essere il produttore è divenuto la merce. L’uomo come forza lavoro vendibile, delocalizzabile, manovrabile, flessibile, acquistabile.

Il ruolo di ciò che è “vecchio” è divenuto sinonimo d’inutile e si assiste alla detronizzazione del suo scopo, se gli anziani vogliono essere giovani per essere “competitivi sul mercato” (anche quello sociale) chi occuperà nella società la parte dell’anziano?

Il mercato del lavoro in una società che è proiettata nel futuro dovrebbe vedere protagonisti i giovani, con le idee e le energie figlie del tempo che vivono e gli “anziani”, che occupano e controllano gli argini dove scorre la linfa e l’esuberanza della vita dei giovani, correggerne l’impeto, come di un torrente impetuoso.

Oggi invece se dovessi accostare in una metonimia i giovani a qualcosa non li assocerei ad un torrente impetuoso ma a dei piccoli fachiri che come saltimbanchi di un circo itinerante, cercano di far divertire i signorotti rotondi ricalcandone il ruolo nel canovaccio scritto per non offenderne la loro suscettibilità; facendoli ridere. Dov’è il ribaltare il tavolo di Neruda, quel seme del domani?

Così la società è occupata da vecchi-giovani e giovani-vecchi, che per elemosinarne il lascito ne servono e ne ricalcano idee.

I giovani, in una società, dovrebbero essere quelli che costruiscono il ponte dove camminerà l’uomo del domani. Che cosa costruisce il giovane se riusa le assi usate ieri!

Come si fa ad usare idee per soluzioni di problemi passati per problemi nuovi? Non si possono adottare soluzioni passate per problemi futuri. La gioventù non è un valore ma uno stato di fatto valoriale. Così la vecchiaia.

Non voglio ora fare qui un racconto parossistico ed esaltante del piccolo mondo antico, ho solo notato e riportato come un incontro di mondi avvenuto in tempi moderni tra persone anziane, mi abbiano fatto pensare ad alcuni valori utili da non perdere, per continuare ad andare avanti nel migliorare il presente.

Quello che all’occhio appare come ozio è invece una vera e propria disciplina nel cuore pulsante delle metropoli, un costante allenamento dello sguardo per il raggiungimento di una vigile attenzione a tutto ciò che avviene nello spazio urbano; in un certo senso un lavoro, ma un lavoro del tutto estraneo al modello di produttività capitalistica. Alla base della flânerie c’è l’idea che il profitto dell’ozio abbia maggior valore di quello del lavoro, l’ozio del flâneurè  “una dimostrazione contro la divisione del lavoro.” un “botanico del marciapiede” che studia attentamente come lo definiva Benjamin.

Il massimo della libertà, garantita dal vagabondaggio senza una meta ben precisa, che riesce a produrre uno sguardo analitico e preciso, quasi scientifico nella sua impersonale oggettività. Un flâneur del pensiero che si muove con curiosità irrefrenabile di testo in testo, passeggiando senza un’apparente disegno. Non dobbiamo nella vita sembra dire benjamin rendere un testo conforme ad una maniera di esposizione prestabilita. Lo sguardo, privo di pregiudizi riacquisterà quella pienezza di senso che è propria  dell’infanzia, in cui le cose si mostrano come eterna scoperta e nuovi significati emergeranno.

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The Sky and The Earth Meet in The Horizon, My Art and My Profession Meet in This Blog. . . A Poet, a painter, a wanna-be video-editor, specialized in Migration/Immigration, Degrees in Giornalism (MA) and Literature and Philosophy (BA). Collabs welcomed!
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