Vitalizio. Una svolta. E’ il Presidente del Senato che interviene.

Laura Bottici, un Questore del Senato aveva avanzato delle proposte sui vitalizi.           Già il 9 giugno 2014, dopo i primi annunci di Grasso, la Bottici aveva inviato una prima lettera al presidente di Palazzo Madama con una richiesta. Mettere «quanto prima all’ordine del giorno del Consiglio di presidenza» una delibera messa a punto da lei stessa per fissare «una serie di cause ostative» all’erogazione del vitalizio per i condannati.

Metto per inciso che nel caso in cui il beneficiario abbia svolto l’attività politica presso più organi costituzionali, questi ha il diritto di percepire altrettanti vitalizi e, nel caso di mandato al Parlamento Europeo, si possono cumulare anche tre vitalizi!

Il Presidente Grasso da tempo porta così avanti la soluzione per la revoca dei vitalizi ai condannati ex-parlamentari o ex-consiglieri regionali ma “ho bisogno di una deliberazione del Consiglio di Presidenza del Senato e della Camera perché ci sono pareri giuridici contrastanti” Pietro Grasso lo affermò chiaramente.

Il Consiglio di Presidenza (che alla Camera dei deputati è denominato Ufficio di Presidenza) costituisce il vertice amministrativo del Senato. Si compone del Presidente, che lo presiede, dei quattro Vice Presidenti, dei tre senatori Questori e dei senatori Segretari, in modo tale che sia garantita la rappresentanza di tutti i Gruppi parlamentari e il rispetto del rapporto esistente tra maggioranza ed opposizione. Il Consiglio di Presidenza, si avvale normalmente dell’attività propositiva ed istruttoria del Collegio dei senatori Questori, delibera il progetto di bilancio del Senato, le variazioni degli stanziamenti ed il conto consuntivo; delibera le sanzioni nei confronti dei Senatori e approva i Regolamenti interni.

I Questori, che sono tre, secondo le disposizioni del Presidente, sovrintendono collegialmente alla polizia, ai servizi del Senato ed al cerimoniale; predispongono il progetto di bilancio; provvedono, singolarmente nei casi previsti, alla gestione dei fondi a disposizione del Senato (art. 8 – Regolamento del Senato). Le materie attribuite alla competenza collegiale dei Senatori Questori sono trattate in Collegio, di regola una volta alla settimana. Il Presidente del Senato, Pietro Grasso, sovrintende alle funzioni attribuite ai Questori ed ai Segretari.

I tre questori dell’attuale legislatura sono: Antonio De Poli AP (NCD+UDC), da tre legislature in Parlamento, imprenditore; Lucio Malan FI per cinque legislature in Parlamento (fin dal 15 aprile 1994); insegnante; Laura Bottici M5S, alla sua prima legislatura, impiegata.

I senatori-questori Malan e De Poli, a palazzo Madama, nella riunione che finalmente dopo mesi doveva sbrogliare una volta per tutte la matassa dei vitalizi, hanno presentato un parere scritto e firmato dal giudice Cesare Mirabelli, ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e presidente emerito della Corte costituzionale che sostiene giuridicamente perché sia anticostituzionale togliere la pensione ai parlamentari condannati in via definitiva.

Sulla delibera, messa a punto dal Consiglio di presidenza, Mirabelli avverte che «la cessazione della erogazione di un trattamento previdenziale» va analizzata nell’ambito delle pene accessorie. Mirabelli sottolinea «la inidoneità della fonte regolamentare parlamentare a disciplinare questa materia e ad introdurre una nuova ed aggiuntiva sanzione» E come tale soggetta alla riserva di legge assoluta.

Le pene accessorie sono delle pene previste per accompagnare le pene principali, comminate come conseguenza della commissione di un reato. La caratteristica principale è appunto l’accessorietà: queste pene, infatti, non possono essere comminate da sole ma possono solo accompagnare. I loro scopi sono appunto quelli di colpire determinati rei che si ritiene non siano più in grado, o meglio non debbano più, ricoprire certi ruoli o esercitare determinati diritti che per le loro caratteristiche richiedono uno standard di professionalità elevato. Che, chi si è macchiato di un delitto, evidentemente non ha più.

Grasso, il 25 febbraio 2015, scrive: “La cd. Legge Severino non ha previsto una sanzione accessoria, ma una condizione per l’esercizio dell’elettorato passivo, in particolare una condizione di moralità, collegata alla condanna per determinati gravi reati.” cioè “la base costituzionale di questa previsione è l’art. 54 Cost secondo cui “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con.. onore” e il legislatore nell’approvare la Legge Severino ha ritenuto che non sussista questa condizione di onore se la persona è stata condannata per gravi reati.”

In Parlamento, va detto vige, l’autodichia, dal greco αὐτός autós, “stesso”, e δίκη díkē, “giustizia”, cioè vale la capacità degli organi costituzionali di risolvere, al loro interno, le controversie concernenti personale dipendente, senza adire tribunali esterni. L’autodichia designa un’area di attività delle Camere sottratte alla giurisdizione della magistratura e di solito intesa unitamente all’autocrinia, (cioè la produzione della norma giuridica da parte dello stesso soggetto che ne è il destinatario!): per questo motivo, ne nascerebbero norme interne alle sole Camere, rimesse – in caso di contestazione – allo scrutinio di giudici domestici delle Camere stesse.

Poi -continua Mirabelli- c’è l’ulteriore vincolo «della tassatività e della irretroattività della stessa legge penale» in virtù del quale «ogni intervento sanzionatorio è applicabile solo se la legge lo prevede al momento della commissione del fatto sanzionato».

Vale a dire che chi si è candidato, quando ha concorso per accedere a quel posto, sapeva di quel tipo di trattamento, e caduta la carica ha in sostanza acquisito il relativo diritto.

E inoltre collegare la cessazione dell’erogazione dell’assegno ad una condanna penale «può costituire un pericolo per la indipendenza nell’esercizio della funzione, garantita anche mediante l’indennità parlamentare».

Un parlamentare versa l’8,80% della sua retribuzione lorda come contributi previdenziali. Dobbiamo prevedere infatti il caso di un parlamentare che, in ragione del suo mandato, perda l’avviamento professionale, o proprio in ragione di posizioni politiche magari impopolari, assunte nella libera rappresentanza della nazione, si ritrovi senza più clientela, cessato il mandato. Questo parlamentare deve essere tutelato con idoneo vitalizio perché possa liberamente e senza pregiudizio per la propria sopravvivenza economica, esercitare il mandato.

Ma ancora Grasso scrive: “Quando una condizione di eleggibilità viene meno (che sia la moralità, collegata ad una condanna, o la cittadinanza italiana), cade il presupposto sia per l’esercizio di una carica sia per la percezione di emolumenti che sono collegati ad una carica che non si può più ricoprire. E questo deve riguardare anche i vitalizi e le pensioni.”

Il parere di Mirabelli verte sul fatto che l’erogazione del vitalizio entra nel campo dei diritti acquisiti e la retroattività della disciplina in materia previdenziale ha rilievo di diritto costituzionale perché protetti da garanzie espletate nella carta della Costituzione.

Pietro Grasso così ha risposto: “la materia è in fatto sempre stata disciplinata a mezzo di regolamenti approvati con delibere del Consiglio di Presidenza del Senato. La disciplina che vige deriva dal “Regolamento degli assegni vitalizi degli onorevoli senatori e loro familiari”, approvato dal Consiglio di Presidenza il 30 luglio 1997″ ” l’organo che produce una norma è l’unico che possa modificarla” Continua Grasso:  “All’art. 64 Cost la Corte Costituzionale si richiama (ad es. nella sentenza 584 del 1985) per ribadire, sulla scia di una costante giurisprudenza, che i regolamenti parlamentari sono fonti primarie del diritto equiparate alla legge a cui si sostituiscono in certe materie: procedimento legislativo, organi interni delle Camere, componenti delle Camere (diritti e doveri dei parlamentari), strutture di servizio e rapporto con i dipendenti.”

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< Onorevoli colleghi l’opinione pubblica non ha in questo momento molta simpatia e fiducia per i deputati. Vi è un’atmosfera di sospetto e discredito, la convinzione diffusa che molte volte l’esercizio del mandato parlamentare possa servire a mascherare il soddisfacimento di interessi personali e diventi un affare, una professione, un mestiere!> Parole pronunciate nel lontano 1947, da Pietro Calamandrei mentre a Montecitorio era in discussione l’articolo 69 della Costituzione, relativo allo stipendio dei parlamentari. Il paradosso è che all’epoca i costituenti guadagnavano gli odierni 1300 Euro al mese, tre volte un operaio di allora, oggi lo stipendio di un parlamentare è 13 volte quello di un operaio.

L’organizzazione di Libera, che ha sottoscritto la campagna per chiedere la cessazione dei pagamenti, ha pubblicato la lista di tutti i politici che su domanda non hanno mai espresso la loro posizione. In tutto sono diciassette: i leghisti Roberto Calderoli e Raffaele Volpi; Antonio De Poli e Ferdinando Adornato di Per l’Italia; Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia; Antonio Gentile e Raffaello Vignali di Ncd; Hans Berger (Svp) e Lucio Barani (Gal); Stefano D’Ambruoso di Scelta Civica; Caterina Pes e Giovanni Sanga del Pd. In casa Forza Italia non rispondono in cinque: Lucio Malan, Cosimo Sibilia, Gregorio Fontana, Francesco Coma e Simone Baldelli.

«Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?» la celebre frase del rabbino Hillel racchiusa nel libro di Primo Levi.

E invece… sopire…calmare….tacere…dormire (A.Manzoni)

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